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29 set 2009

Presentazione del libro “I segni dell’uomo” a Fucecchio

Inserito da Linda

Locandina 23 ott

Venerdì 23 Ottobre 2009 alle ore 21.30, presso la nostra sede in Piazza Vittorio Veneto 4 a Fucecchio, Giancarlo Sani presenterà il libro “I segni dell’uomo: incisioni rupestri della Toscana”.

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11 Commenti a “Presentazione del libro “I segni dell’uomo” a Fucecchio”

  1. Il Foscolo (Ugo) ebbe a dire del Monti (Vincenzo) per via dell’Iliade: “…gran traduttor dei traduttor d’Omero…”

     

    Giovanni

  2. Ciaooooo RAGAZZI……… BE’ …. cosa dire …. A GIANCARLO , complimenti del libro , ben illustrato e ben scritto……..SPERO tu faccia strage di vendite …………. Invece a giovanni ……….. GIOVANNIIIIIIIIIIIIIIIIIII mi stupisci ogni volta di più………… Ma dove hai il tempo per studiare : oggi una bella frase e 3 settimane fà (su per giù) una bella storia , che ognuno di noi ha potuto riflettere e pensare a come interpretarla………… UN GRANDE BACIO A VOI TUTTI …………. OMBRETTA SUSINI …. ( anche se non vengo grazie per tutte le email che mandi ………. ciao

     

    ombretta

  3. …e tu cerca di venire invece…

     

    Giovanni

  4. …che poi il Foscolo di dire così del Monti lo fece per puro spregio (infatti come avrebbe potuto il Monti che non conosceva il greco tradurre l’Iliade? Da qui traduttor dei traduttori, dal latino o da vecchie traduzioni in italiano). Per spregio perchè i due si conoscevano bene, ma non godevano di reciproca simpatia perchè pare che che il Foscolo intendesse “spazzolare” la moglie del Monti o che addirittura lo facesse proprio. Quello però che in fin dei conti rimane è che lo spregio si trasformò presto in un enorme acclamazione perchè l’Iliade tradotta dal Monti (greco o non greco) è una stupenda opera e la più bella Iliade di cui oggi noi possiamo disporre. Tutta la differenza semmai starebbe nel verificare (ma ormai è impossibile) se il Foscolo la moglie del Monti la spazzolasse davvero o se solo ci provasse senza esito.

     

    Giovanni

  5. …ma a proposito di Iliade, avete presente questo passaggio? E’ bellissimo, ma ce ne sono di altrettanto belli: ‘Così dicendo, in braccio alla diletta sposa egli cesse il pargoletto; ed ella, con un misto di pianti almo sorriso, lo si raccolse all’odoroso seno. Di secreta pietà l’alma percosso, riguardolla il marito, e colla mano accarezzando la dolente: “Oh !” disse, “diletta mia, ti prego: oltre misura non attristarti a mia cagion. Nessuno, se il mio punto fatal non giunse ancora, spingerammi a Pluton: ma nullo al mondo, sia vil, sia forte, si sottragge al Fato. Or ti rincasa, e a’ tuoi lavori intendi, alla spola, al pennacchio, e delle ancelle veglia su l’opre; e a noi, quanti nascemmo fra le dardanie mura, a me primiero, lascia i doveri dell’acerba guerra”. Raccolse al terminar di questi accenti l’elmo dal suolo il generoso Ettorre; e muta alla magion la via riprese l’amata donna, riguardando indietro, e amaramente lagrimando. Giunta agli ettorei palagi, ivi raccolte trovò le ancelle, e le commosse al pianto. Ploravan tutte l’ancor vivo Ettorre nella casa d’Ettor le dolorose, rivederlo più mai non si sperando reduce dalla pugna, e dalle fiere mani scampato de’ robusti Achei.’

     

    Giovanni

  6. oh, tranquilli che appena ho un minuto vi scrivo un altro bellissimo passaggio dell’Iliade…

     

    Giovanni

  7. “O animal grazioso e benigno
    che visitando vai per l’aere perso
    noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
    se fosse amico il re de l’universo,
    noi pregheremmo lui de la tua pace,
    poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
    Di quel che udire e che parlar vi piace,
    noi udiremo e parleremo a voi,
    mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.
    Siede la terra dove nata fui su la marina dove ‘il Po discende
    per aver pace co’ seguaci sui.
    Amor, ch’al cor gentil ratto s’appende,
    prese costui de la bella persona
    che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
    Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
    mi prese del costui piacer sì forte,
    che, come vedi, ancor non m’ammandona.
    Amor condusse noi ad una morte.
    Caina attende chi a vita ci spense”.

     

    Giovanni


  8. Tu dici, E’ l’ora; tu dici, E’ tardi,
    voce che cadi blanda dal cielo.
    Ma un poco ancora lascia che guardi
    l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo,
    cose ch’han molti secoli o un anno
    o un’ora, e quelli nubi che vanno.
    Lasciami immoto qui rimanere
    fra tanto moto d’ale e di fronde;
    e udire il gallo che da un podere
    chiama, e da un altro l’altro risponde,
    e, quando altrove l’anima è fissa,
    gli strilli d’una cincia che rissa.
    E suona ancora l’ora, e mi manda
    prima un suo grido di meraviglia
    tinnulo, e quindi con la sua blanda
    voce di prima parla e consiglia,
    e grave grave grave m’incuora:
    mi dice, E’ tardi; mi dice, E’ l’ora.
    …Lo so ch’è l’ora, lo so ch’è tardi;
    ma un poco lascia ancora che guardi.
    Lascia che guardi dentro il mio cuore,
    lascia ch’io viva del mio passato;
    se c’è sul bronco sempre quel fiore,
    s’io trovi un bacio che non ho dato!
    ….

    Oh, per chi non lo sapesse, questo è Pascoli mentre quello dell’altra volta era Dante.

     

    Giovanni

  9. “oh che storia! Non capite, che radunarsi tanta gente in un luogo è lo stesso che volerci tirare i soldati per forza? Tutti nascondono, tutti portan via; nelle case non resta nulla; crederanno che lassù ci siano tesori. Ci vengono sicuro: sicuro ci vengono. Oh povero me! dove mi sono imbarcato!”
    “Oh! voglion far altro che venir lassù,” diceva Perpetua: “anche loro devono andar per la loro strada. E poi, io ho sempre sentito dire che, ne’ pericoli, è meglio essere in molti.” “In molti? in molti?” replicava don Abbondio: “povera donna! Non sapete che ogni lanzichinecco ne mangia cento di costoro? E poi, se volessero far delle pazzie, sarebbe un bel gusto, eh? di trovarsi in una battaglia. Oh povero me! Era meno male andar su per i monti. Che abbian tutti a voler cacciarsi in un luogo!… Seccatori!” borbottava poi, a voce più bassa: “tutti qui: e via, e via; l’uno dietro all’altro, come pecore senza ragione.”
    “A questo modo,” disse Agnese, “anche loro potrebbero dir lo stesso di noi.”……..

     

    Giovanni

  10. Silvia, rimembri ancora
    quel tempo della tua vita mortale,
    quando beltà splendea
    negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
    e tu, lieta e pensosa, il limitare
    di gioventù salivi?
    …………..
    Io gli studi leggiadri
    talor lasciando e le sudate carte,
    ove il tempo mio primo
    e di me si spendea la miglior parte,
    d’in su i veroni del paterno ostello
    porgea gli orecchi al suon della tua voce,
    ed alla man veloce
    che percorrea la faticosa tela.
    Mirava il ciel sereno,
    le vie dorate e gli orti,
    e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
    Lingua mortal non dice
    quel ch’io sentiva in seno.
    ………

     

    Giovanni

  11. Il parlare che, in quel paese, s’era fatto di Lucia, molto tempo prima che la ci arrivasse; il saper che Renzo aveva avuto a patir tanto per lei, e sempre fermo, sempre fedele; forse qualche parola di qualche amico parziale per lui e per tutte le cose sue, avevan fatto nascere una certa curiosità di veder la giovine, e una certa aspettativa della sua bellezza. Ora sapete come è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa: non trova mai tanto che le basti, perchè, in sostanza, non sapeva quello che si volesse; e fa scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione. Quando comparve questa Lucia, molti i quali credevan forse che dovesse avere i capelli proprio d’oro , e le gote proprio di rosa, e due occhi l’uno più bello dell’altro, e che so io? cominciarono a alzar le spalle, ad arricciar il naso, e a dire: “eh! l’è questa? Dopo tanto tempo, dopo tanti discorsi, s’aspettava qualcosa di meglio. Cos’è poi? Una contadina come tant’altre. Eh! di queste e delle meglio, ce n’è per tutto.” Venendo poi a esaminarla in particolare, notavan chi un difetto, chi un altro: e ci furon fin di quelli che la trovan affatto brutta.

     

    Giovanni

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